martedì 10 aprile 2012

6. INCONTRO CON John Volpato

Accademia di Belle Arti in Venezia
STORIA DELL’ARTE CONTEMPORANEA/Biennio
Mercoledí 11 aprile dalle 13 alle 17 a San Servolo, secondo incontro con il visual designer John Volpato, diplomato NTA Venezia, sui temi:



1a PARTE: diario di una timeline
Visualizzazione dati e social media

2a PARTE: e?-books
Tecnologie, dispositivi, formati

lunedì 2 aprile 2012

5. Bright/Incontro con John Volpato

Accademia di Belle Arti in Venezia
STORIA DELL’ARTE CONTEMPORANEA/Biennio

Mercoledí 4 aprile dalle 13 alle 17 a San Servolo, incontro con il visual designer John Volpato, diplomato NTA Venezia, sui temi:

a) Bright e le altre installazioni audiovisuali prodotte per la mostra Bride/A Portable Royal Palace, Castello Medievale di Larnaka, Cipro, marzo-aprile 2011;

b) Arte e social networking.

Al termine dell'incontro, John Volpato esaminerà i portfolio che gli verranno sottoposti dagli studenti interessati.





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Location:Calle de le Furlane,Venice,Italy

domenica 1 aprile 2012

5. TRIENNIO 2012. Primož Bizjak, Do-Ho Suh

Docente: Gloria Vallese
Accademia di Belle Arti in Venezia
STORIA DELL’ARTE CONTEMPORANEA/Triennio


a) Primož Bizjak


E’ la curiosità per il movimento, e per gli scenari nuovi, a spingere Primoz Bizjac (nato a Nato a Sempeter pri Nova Gorica, Slovenia, il 4 gennaio 1976) sulla strada del suo primo titolo di studio, una laurea in ingegneria dei trasporti nella nativa Lubljana; cui segue però un passaggio a Venezia, e il diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti.
A far emergere la sua vocazione è un compito che gli viene assegnato da studente; un compito semplice in apparenza, in realtà quasi impossibile: fotografare Venezia. E’ una sfida: ma le riprese che Primoz effettua di notte, a lunga esposizione, nelle vicinanze dei canali messi in secca per la pulitura, riescono a rivelare una città inedita, sorprendente. Facciate di palazzi che continuano in basso nelle fondamenta divenute visibili, erose dalle alghe, in cui si aprono varchi impressionanti. Nella sospesa immobilità notturna, cortine di plastica arancione, impalcature, mucchi di attrezzi e materiali rivelano uno dei volti segreti della città: quello di eterno cantiere. Case e palazzi che attraversano i secoli in apparenza sempre uguali, in realtà in continuo rifacimento contro gli elementi ostili dell’acqua e della salsedine. L’elemento più caratteristico della fotografia di Primoz è già presente: un approccio che riesce a essere documentario, oggettivo, e nello stesso tempo caldo, impregnato di emozionalità e di affetto.

*1. Rio di San Marcuola n. 2
2005 - stampa lightjet su d-bond cm. 91 x 72

2. Rio di San Marcuola n. 4, 2005
Stampa lightjet su d-bond cm. 91 x 72


Segue subito una serie ormai famosa: Serajevo fotografata di notte, coi segni della guerra. Le riprese notturne a lunga esposizione conferiscono un bagliore di apocalisse alla città illuminata, vista dal l’alto dell’ Hotel Bristol, oltre il tetto crollato in primo piano e l’insegna vista da tergo, crivellata da fori di proiettili.


*3. Sarajevo - Hotel Bristol, 2004
Stampa lightjet su d-bond - cm. 125 x 157
http://www.andrea-arte.com/springjuice/springjuice.pdf


Nel sobborgo di Igrise, un cimitero islamico con la sua foresta di piccoli cippi è nato poco a poco sugli spalti di quello che era un tempo un campo da football; cielo nero e una distesa di grattacieli punteggiati di minuscole luci, la città vivente nella sua fosforescenza notturna, fanno ancora una volta da sfondo.

Ancora del 2004 è la straordinaria serie delle Karavle, le “case di frontiera”: una serie di costruzioni tutte uguali che punteggiavano un tempo il confine Italo-sloveno, alloggio dei militari che pattugliavano il confine. Quelle case sono oggi in abbandono: trasformate in abitazioni private, in locali (fra cui una pizzeria), o in completa rovina.
Primoz ha realizzato una serie di 72 foto con le case di frontiera nel loro aspetto attuale, riprese tutte dalla stessa inquadratura rigidamente frontale. Un lavoro rigoroso ma nello stesso tempo emozionale, intensamente narrativo. Le 72 foto (che hanno richiesto oltre un anno di lavoro), andrebbero idealmente esposte tutte insieme, spiega Primoz, allineate lungo una parete, e accompagnate da una carta geografica distesa a terra, con evidenziati i punti rossi lungo quel confine un tempo così severamente controllato.

All’ultimo anno di Accademia, grazie a una borsa Erasmus, trascorre un periodo presso l’Università Complutense di Madrid. La Spagna lo affascina con la sua effervescenza, Madrid diviene da allora la sua città di elezione. Lì trova amore e amici, le sue grandi storie di vita che durano tuttora; e a Madrid, dove attualmente trascorre lunghi periodi, sono dedicate le sue serie fotografiche più recenti.

*4. Carcel de Carabanchel n° 4
Madrid
2008
Lambda prints
Edition of 5 + A.P.
2x (cm 102 x 80,5)


In seguito, Primoz ha realizzato serie fotografiche sull'archeologia industriale di Marghera, e sulle antiche fortificazioni nelle piccole isole oggi in gran parte abbandonate della laguna di Venezia.


Bibliografia:
http://www.andrea-arte.com/springjuice/springjuice.pdf
http://www.lipanjepuntin.com/desc.php?id_autore=86


b) Do-Ho Suh


Do-Ho Suh nasce a Seoul, in Corea, nel 1962. Dopo aver studiato pittura alla Seoul National University ed aver prestato servizio nell'esercito sudcoreano, si trasferisce negli Stati Uniti dove continua gli studi alla Rhode Island School of Design e alla Yale University. 
Ha rappresentato la Corea alla Biennale di Venezia del 2001. 
Attualmente vive a New York.
Una retrospettiva del suo lavoro è stata presentata al Seattle Art Museum e al Seattle Asian art Museum nel 2002. Importanti rassegne sull’artista si sono tenute al Whitney Museum of American Art (2001), alla Serpentine Gallery di Londra (2002).

Particolarmente importante per la carriere dell’artista il passaggio alla Biennale di Venezia, nel 2001, dove era presente sia come artista del padiglione coreano che nella rassegna internazionale al Padiglione Italia dei Giardini.
In quell’occasione l’artista ha presentato un gruppo di opere che hanno contribuito a definire le caratteristiche del suo stile, molto originale:


*1. Do Ho Suh, Some/One, 1998.
Piastrine militari in acciaio inossidabile, fogli di rame nichelato, vetroresina, struttura in acciaio inossidabile. Dimensioni variabili.


*2. Floor, 1997-2000.
Figurine in PVC, lastre di vetro, resina in poliuretano, dimensioni variabili (moduli di 100 x 100 x 8 cm)


*3. Who am we? (Multi), 2000
Carta da parati: stampa offset a 4 colori, fogli ciascuno 61 x 91,4 cm. Dimensioni variabili.



Tutte queste opere, molto originali, s’imperniano sul senso del rapporto fra il singolo individuo e l’organizzazione sociale che lo ingloba facendo di lui una microscopica pedina, togliendogli individualità e singolarità fino a livellarlo e a renderlo indistinguibile dal gruppo.


Nell’importante intervista pubblicata su art: 21

http://www.pbs.org/art21/artists/suh/clip2.html

Do Ho Suh spiega la genesi di Some/One: nei suoi primi tempi a Rhode Island, ancora nuovo del luogo e con scarsa conoscenza dell’inglese, gli accade di fare conoscenza con uno dei pochi coreani residenti in città, che gestiva un negozio di surplus militare. E’ questo singolare personaggio a procurargli le piastrine militari e la macchina per stampare su di esse i nomi; da questo, accompagnato da ricordi della recente esperienza del servizio militare, l’idea di Some/One, scintillante e sontuoso abito imperiale costruito però dal sacrificio di un’infinità di anonimi, rappresentati dalle piastrine militari che lo costituiscono e dilagano al suolo suggerendo una continuità senza fine.


Un’altra caratteristica meditazione dell’artista riguarda il tema della casa: mentre si trovava nel letto della sua camera da studente negli Stati Uniti, assordato dai rumori inconsueti della strada e dalle voci non familiari, l’artista si è ritrovato a pensare alla sua casa in Corea, e ha concepito queste strutture evanescenti, sospese al soffitto, soffici eppure complete di tutti i dettagli.
Ancora su art:21, un’altra intervista chiarisce questo secondo versante delle meditazioni dell’artista:

http://www.pbs.org/art21/artists/suh/clip1.html


*4. Seoul Home/L.A. Home/New York Home/Baltimore Home/London Home/Seattle Home,1999
Seta, 3,78 x 6,96 x 6,96 m
Los Angeles, Museum of Contemporary Art

Nel 2010, l'artista ha partecipato alla Biennale Architettura di Venezia, con l'installazione Blueprint:


*5. Do-Ho Suh + Suh Architects, Blueprint , installazione, 2010


http://www.justanotherflog.com/2010/10/blueprint-venice-architecture-biennale-2010/




Bibliografia




Oltre ai siti già citati nel testo, vedere
www.lehmannmaupin.com
http://www.duetart.com/dentro/artists/artists%20ita/Suh%20ita.html

http://www.designboom.com/weblog/cat/9/view/11217/venice-architecture-biennale-2010-preview-suh-architects-do-ho-suh.html

martedì 27 marzo 2012

5. BIENNIO Thomas Hirschhorn/Haegue Yang/Francesco Candeloro


a) Iconografie del contemporaneo: Thomas Hirschhorn e il nastro adesivo marrone



Alla Biennale di Venezia del 1999, l’artista svizzero Thomas Hirschhorn si rivelò al mondo con World Airport, opera dedicata agli aspetti instabili, nomadici, della vita contemporanea. Due interi, vasti ambienti erano invasi da un immane aggregato di oggetti che nel loro insieme evocavano il viaggio, e, ancor più, l’idea di una residenza precaria, provvisoria: aerei, valigie, ma anche pacchi di cartone legati con il nastro adesivo e con lo spago, accumulati come per una partenza o un trasloco. Ogni sorta di memorie, personali, collettive, si insinuavano in questo universo instabile: fotografie, taccuini, e anche quegli strazianti piccoli altari di candele, fotografie e fiori artificiali che la gente costruisce sui luoghi di incidenti stradali o per ricordare le vittime di qualche episodio di violenza (nel 1999, quando quest’opera fu presentata alla Biennale, era recente il ricordo della guerra nei Balcani, di un lungo periodo in cui e immagini di simili altarini costruiti ai margini delle strade, fra le macerie delle case distrutte dai bombardamenti, erano passate in televisione quasi quotidianamente). Una vasta installazione che pervadeva interamente lo spazio in cui era collocata ma con l’aria di non avere in realtà confini, di poter continuare all’indefinito. A rilegare questo vasto, e teoricamente infinito, ammasso di oggetti e di materiali, c’era un elemento ricorrente, il nastro adesivo marrone: chiudeva buste e pacchi e li teneva uniti, ne rafforzava gli spigoli, fungeva da precario materiale da costruzione. Era l’elemento unificante, ossessivamente ricorrente dell’intera composizione. Un potente elemento simbolico, che il pubblico immediatamente riconosceva. Presente in ogni casa, in ogni ambiente di lavoro, il nastro adesivo marrone è un materiale disadorno, che interviene sempre in situazioni utilitarie, caratterizzate da un fattore di transitorietà: dal chiudere un imballaggio al riparare provvisoriamente un vetro rotto; da dimesso, diventa squallido quando da transitorio si trasforma in permanente, magari per riparazioni visibili di oggetti che qualcuno ha rinunciato, per necessità o per indifferenza, a rimettere in efficienza in modo migliore.


*1. Thomas Hirschhorn, Flugplatz Welt/World Airport, installazione, materiali vari, 1999
Venezia, Arsenale, Artiglierie.


Diciottenne nel 1968, Hirschhorn si è impregnato a fondo di alcuni dei valori e delle atmosfere eversive-sovversive di quegli anni. Sviluppa da sempre un concetto antimonumentale dell’arte, e in particolare della scultura. Come nell’esempio ricordato, World Airport, Hirschhorn è stato e rimane ancor oggi un maestro dell’installazione invasiva: in contrasto voluto con l’opera scultorea tradizionale, che posa su un piedestallo e ha una superficie dura, continua, che la separa nettamente sal mondo esterno (in altre parole, che delinea nettamente i propri confini), l’installazione, in particolare quella di Hirschhorn, è un intervento tridimensionale senza contorno netto, che dilaga volutamente fuori dallo spazio che le è stato assegnato ed è costruita in modo da suggerire una sua possibile continuazione all’indefinito.
I materiali di Hirschhorn, in confronto a quelli classici, “nobili”, della scultura (marmo, bronzo, metalli preziosi), sono volutamente comuni, dimessi, antieroici, presi dalla vita quotidiana: il nastro adesivo da pacchi, la pellicola d’alluminio sono fra i più comuni. L’altarino di fiori di candele e di fotografie, in quanto “monumento antimonumentale” spontaneo, creato dalla gente, è diventato uno dei suoi prediletti, struggenti elementi di meditazione.

Flugplatza Welt è stata recentemente ripresentata  al MUDAM del Lussemburgo:
21/11/2012 - 26/05/2013,  http://www.mudam.lu/en/expositions/details/exposition/hirschhorn/ (con fotografie; quelle della versione originale sono rare).

2. Thomas Hirschhorn, Cavernman, installazione, materiali vari, 2002
New York, Gladstone Gallery

3. Thomas Hirschhorn, Stand-alone, installazione, materiali vari, 2007
Berlino, Arndt & Partner Gallery

4.Thomas Hirschhorn, Superficial Engagement, installazione, materiali vari, 2006
New York, Gladstone Gallery

5. Thomas Hirschhorn, Universal Gym, installazione, materiali vari, Febbraio - Aprile 2009
New York, Gladstone Gallery


In una recente conferenza in occasione della mostra collettiva C108, Life on Mars (Carnegie Museum of Art, 
Pittsburgh, Pennsylvania, 2008/09, http://blog.cmoa.org/CI08/home.php ), Hirschhorn chiarisce che due sono gli elementi fondanti della sua arte: il collage, la non arte/praticabile da chiunque, che mette le cose insieme, crea le connessioni, e la precarietà, la transitorietà, come elemento caratteristico del presente, della che scorre.
http://www.youtube.com/watch?v=KbRTXdze-IE
http://www.artfacts.net/it/artista/thomas-hirschhorn-4731/profilo.html





b) Haegue Yang.

Artista nata nel 1971 a Seoul, ha sorpreso i visitatori della 53a Biennale Arte di Venezia (2009) in due diverse sedi.
Come parte della mostra internazionale "Fare Mondi", all'Arsenale, ha presentato sette sculture dalla sue serie Vulnerable Arrangements - Domestics, composte d portaasciugamani di metallo su ruote, su cui sono arrangiare cascate di lampadine e vari tipi di oggetti comuni.
Allo stesso tempo Haegue Yang ha, dopo lunga riflessione, accettato l'invito a rappresentare il suo paese alla Biennale nel Padiglione Coreano ai Giardini. Sotto il titolo Condensations, ha creato tre nuovi corpi di lavoro, nei quali ha eluso gli stereotipi nazionali attraverso un impegno cosciente, e invece affrontato le questioni relative all'arredamento di interni comuni da parte della gente, per mezzo di oggetti ubiquitari, talmente comuni da risultare invisibili, come luoghi potenziali di alleanze sociali e poliiche tra le persone.
Il materiale di base per l'installazione principale, Voice and Wind, erano delle veneziane, elemento ubiquo, usato ormai in tutti il mondo, oggetto utilitario e ordinariamente "invisibile", leggero, "che c'è e non c'è", usato per creare divisori e separazioni tra l'interno e l'esterno.

http://www.designboom.com/weblog/cat/10/view/6637/korean-pavilion-haegue-yang-at-venice-art-biennale-09.html

*6 Haegue Yang, Voice and wind, installazione. Tende alla veneziana, ventilatori, emanatori di essenza. Padiglione Corea, Biennale di Venezia, 2009

http://www.youtube.com/watch?v=fZ51oIpQRFw

Dopo Venezia, l'artista ha partecipato a numerose mostre collettive importanti a Basilea, Colonia, Londra, Los Angeles e Mosca. e dal 2010 ha tenuto personali importanti al New Museum, New York ("Voices and Wind: Haegue Yang" ), al Centro Artsonje a Seoul ("Haegue Yang: Voice Over Three"), al Walker Art Centre di Minneapolis:

http://www.youtube.com/watch?v=CIRhrgzZ9_I

A Francoforte ha presentato la personale  HAEGUE YANG

SIBLINGS AND TWINS, 05/17/08 - 06/29/08 (www.portikus.de), accompagnata da un catalogo dal design insolito.



Con la mostra "Arrivals" (2011), espressamente concepita per la Kunsthaus Bregenz (Austria), Haegue Yang ha fatto un altro importante passo in avanti.

http://www.kunsthaus-bregenz.at/ehtml/presse_yang.htm

Non solo ha presentato una restrospettiva completa del suo lavoro più importante in nuovi allestimenti appositamente concepiti, ma ha anche creato appositamente 33 nuove sculture luminose, le quali, enigmaticamente, popolano il terzo piano come forme di vita aliene.
Inoltre, ha sviluppato la sua più grande installazione fino ad oggi, composto da circa 200 veneziane, che occupano tutto il secondo piano della Kunsthaus Bregenz con impressionante leggerezza.

Il complesso di installazioni, sculture, oggetti, fotografie, video e proiezioni di diapositive, che nella loro rarefatta atmosferica presenza si rifanno alle poetiche minimali e concettuali degli anni '60 e '70.

L'artista ha diviso l'open space della Kunsthaus in piccoli scomparti con numerosi divisori in legno, di formato triangolare, e si avvale di essi per appendere le sue opere, che appaiono sul quelle fragili struttue anzichè sulle solide mura perimetrali di cemento dell'edificio. Le strutture in legno creano spazi intimi, aree gestibili e prospettive insolite, rafforzando il dialogo tra le opere in mostra.

Questa particolare disposizione, specialmente in combinazione con alcuni nuovi lavori, genera nuove intuizioni sul complesso di un'opera che fino ad oggi non era mai stata presentata così ampiamente.

c) Francesco Candeloro

Le installazioni site-sensitive di Candeloro (nato nel 1974, vive  e lavora a Mestre) trasformano luoghi storici, spesso molto connotati (Venezia, Museo Fortuny;  centro storico di Castelfranco Veneto; Villa Pisani Bonetti, Lonigo, Vicenza; Piazza Cordusio, Milano, attraverso l'interposizione di minimali diaframmi colorati che trasformano la visione dei luoghi e il feeling degli interni.

http://www.galica.it/
www.francescocandeloro.org







Bibliografia

Vedere link indicati nelle sezioni

lunedì 26 marzo 2012

4. TRIENNIO 2012. Tord Boontje e nuovi trend nel design

Accademia di Belle Arti di Venezia
STORIA DELL’ARTE CONTEMPORANEA /Triennio
Docente: Gloria Vallese



a) Una mostra del 2009 al Victoria & Albert Museum di Londra, prende atto della fine del design minimalista:

Telling Tales: Fantasy and Fear in Contemporary Design

http://www.youtube.com/watch?v=8ujdOKw_fjQ&feature=related

Fra gli artisti che appaiono in questa intervista figura Tord Boontje, che è stato tra i primi interpreti della fine del minimalismo.

Cosa c'è nelle profondità del design "escapist", del desiderio di evasione che sembra caratterizzare il nostro tempo?
Anche il desiderio di restare più vicini a delle creazioni letterarie e filmiche:

http://www.telegraph.co.uk/culture/culturepicturegalleries/9143769/Warner-Bros-Studio-Tour-London-The-Making-of-Harry-Potter.html?frame=2167567






b)

Tord Boontje, artista/designer, nasce nel 1968 a Enschede, Paesi Bassi. In un primo tempo, studia design industriale presso la Design Academy di Eindhoven (1986-1991); ottiene poi una laurea al Royal College of Art di Londra (1992-1994).

Nel 1996, fonda il suo studio di design Tord Boontje
http://www.tordboontje.com/

I primi progetti di design, alquanto austeri, sono basati su un concetto di riciclaggio e riuso:



*1. Tord Boontje ed Emma Waffenden, TranSglass project, 1997



Serie di oggetti in vetro realizzati con bottiglie riciclate.



2. Tord Boontje, Rough-and-Ready, 1998

Progetti per mobili da realizzare con materiali riciclati



Nel 2000, il lavoro di Boontje ha una svolta verso un concetto “affabile” di decorazione e piacevolezza, in dichiarata connessione con la nascita della figlia Emma. Crea allora oggetti che segnano una svolta nel design contemporaneo, in netta contrapposizione rispetto al minimalismo che aveva imperato fino a quel momento.
“Per me”, dichiara Boontje ”la tecnologia è un mezzo per creare nuove espressioni. Mi piacciono molto gli oggetti del XVII, XVIII e XIX secolo per la loro sensuale ricchezzaa decorativa, che un tempo era però ottenuta a prezzo di un’alta quantità di lavoro artigianale umano. I nuovi processi industriali permettono di ricreare lo stesso effetto. Oggi io posso disegnare qualcosa col mio computer, mandare direttamente il file alle macchine e realizzare l’oggetto. L’idea modernista di ridurre al massimo l’oggetto per renderne possibili tirature più alte decade, a fronte delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia”

(Intervista a Tord Boontje nel sito del Design Museum di Londra:
http://www.designmuseum.org/design/tord-boontje )


*3. Tord Boontje, Wednesday light, 2000
Acciaio inossidabile.



Simbolo del nuovo corso nell’attività di Boontje è il suo progetto forse più famoso, la Wednesday Light, in origine prodotta artigianalmente, poi divenuta, grazia all’ausilio delle nuove tecnologie, un oggetto a larga tiratira prodotto per i magazzini Habitat.
La versione Habitat della Wedneday light è in ottone placcato nickel, anziché in acciaio inossidabile come la versione originale; forme più grandi hanno permesso una maggiore varietà di forme floreali.


4. Tord Boontje, Garland Light , 2002 (progetto per Habitat).
Metallo inciso



5. Tord Boontje, Inflorescence, progetto di software, 2002.


Il progetto Inflorescence è un software che permette di realizzare motivi floreali e tradurli in stampa, incisione, ricamo, stereo-litografia, passando direttamente dal disegno al computer all’oggetto finito. Inflorescence disegna i motivi floreali in modo random, diversi ad ogni sessione. Inoltre dimentica ciò che ha fatto in precedenza. Usa inoltre un metodo basato su nodi per creare suoni: una macchina sonora che disegna fiori.
Al progetto Inflorescence hanno collaborato l’artista digitale Andrew Schoben di Grey World, e il programmatore Andrew Allenson.
Il progetto è stato finanziato da una borsa di studio per sperimentazione (Testing Ground) del London Crafts Board e del British Council.

Le nuove tecnologie permettono a Boontje di sperimentare nuove possibilità di vecchi materiali, ad esempio, la carta tyvek, materiale robusto e impermeabile usato per buste da spedizione e numerose altre applicazioni industriali

http://en.wikipedia.org/wiki/Tyvek :




*6. Midsummer Light, 2004
Carta tyvek tagliata al laser


http://www.gnr8.biz/product_info.php?products_id=141


Progetti per spazi pubblici:



Boontje estende ai recenti progetti di illuminazione urbana i caratteri di festosità e incanto romantico che caratterizzano il suo lavoro di designer dopo il 2000:






7. Progetto per la Moschea di Abu Dhabi, 2003


8. Keane Street, 2004


9. Bright Nights, Union Square Park, progetto multimediale, dicembre 2006.



Nel 2009, Tord Boontje è stato nominato professore e capo del dipartimento di Design Products al Royal College of Arts di Londra, uno dei più rispettati e autorevoli dipartimenti di design nel mondo . Boontje è il succesosre in questo ruolo di Ron Arad, uno dei nomi più noti del design contemporaneo.
Per alcuni suoi progetti recenti, Lace in Translation e Digital Memories, si veda la sezione news del sito dell’artista/designer.






Bibliografia:

http://www.tordboontje.com/


http://www.designboom.com/eng/interview/boontje.html


http://www.dorkmag.com/archives/2006/04/artist_design_m.html


http://www.dooyoo.co.uk/house-misc/tord-boontje-garland-light/1050895/#rev


Francesca Picchi (a cura di), Textile design/3 – Boontje, the embroiderer
A digital version of brocades and damasks by Tord Boontje.Photography by Casper Sejersen, “DOMUS” , 885, ottobre 2005

domenica 25 marzo 2012

3. ELEMENTI DI ICONOGRAFIA E ICONOLOGIA/La nuda nel paesaggio

Venezia 1506: la Nuda nel paesaggio/ Bosch nelle collezioni veneziane del primo Cinquecento/Dipinti a grandi teste
 

a) La nuda nel paesaggio


*1. Giulio Campagnola, Ninfa dormiente, incisione.
Venezia, Fondo storico dell’Accademia di Belle Arti

Questo foglio è degno di nota non solo per la tecnica inconsueta del “bulino puntinato”, introdotta da questo incisore vicino all’ambito giorgionesco per ottenere un effetto più atmosferico e sfumato, ma anche per la sua singolare iconografia.
La ninfa dormiente volta di spalle, sola nel paesaggio, viene posta in relazione con una possibile invenzione di Giorgione, attestata dalle fonti: secondo Marcantonio Michiel, in casa di Pietro Bembo a Padova si trovava la miniatura su pergamena di una “nuda tratta da Zorzi, stesa e volta” (Zorzi = Giorgio, cioè Giorgione; vedi scheda 138 nel catalogo Rinascimento a Venezia, elencato in bibliografia).
Fra le opere oggi note del maestro di Castelfranco, la cosiddetta “Venere” del museo di Dresda ci presenta una nuda che dorme castamente in un paesaggio. Da osservare che mancano in quest’immagine gli attributi tradizionali di Venere (coppia di conigli o di colombe, simbolo di fertilità e di lascivia, o il piccolo Cupido), anzi, presso la figura, si osserva un ceppo reciso, possibile elemento allusivo alla sterilità.
Un elemento innovativo è che, in entrambe le immagini, la nuda nel paesaggio è sola: mancano i Satiri che nelle rappresentazioni classiche, e anche in una nota silografia dell’Hypneromachia Poliphili, ne spiano il sonno.

*2. Giorgione, Nuda in un paesaggio (“Venere dormiente”)
Dresda, Gemäldegalerie

*3. Tiziano, “Venere di Urbino”, olio su tela, cm 119 x 165 , 1538
Firenze, Uffizi

Eseguita su commissione di Guidobaldo Della Rovere, futuro duca di Urbino, il quale nel marzo del 1538 ingiungeva l suo incaricato a Venezia di non ritornare a Urbino senza “la donna nuda”.
Per la prima volta nella storia della pittura occidentale la “Venere” è una donna reale, ambientata in una stanza da letto veneziana nella quale si osserva il dettaglio di due cameriere (una delle quali inginocchiata di spalle, intenta a frugare in un cassone) che preparano i suoi abiti.
Con gli occhi bene aperti e fissi su chi guarda, questa maliziosa ragazza forma un netto contrasto con la sognante e incolpevole sensualità della figura di Giorgione.

4. Lucas Cranach, La ninfa della fonte.
Berlino-Brandenburg, Stiftung Preussische Schlösser und Gärten

Lucas Cranach eseguì numerose repliche e varianti di questa composizione, che ebbe a quanto pare grande successo.
Il titolo del dipinto deriva dall’iscrizione in alto a sinistra (“Sono la ninfa della sorgente sacra, non disturbate il mio sonno: sto riposando”), forma abbreviata di una poesia pseudo-classica della fine del XV secolo, che si diceva rinvenuta presso la statua dormiente di una ninfa in un’imprecisata località presso il Danubio).
Nonostante la diversità stilistica, quest’immagine di Cranach presenta punti di contatto con l’iconografia adottata da Giorgione: il sonno della fanciulla e le caviglie intrecciate sono simboli di verginità e di purezza, che l’iscrizione esorta a non contaminare.

*5. Marcantonio Raimondi, “Il sogno di Raffaello”, ca. 1508. Incisione a bulino
Sull’iconografia di questa enigmatica immagine, forse da porre in relazione con le “nude” di Giorgione e del Campagnola, si veda Il Rinascimento a Venezia, scheda N° 114

Per confronto, aggiungiamo ancora due celebri ninfe del Rinascimento:

*6. Benvenuto Cellini, Ninfa di Fontainebleau. Bronzo, base cm 109
Parigi, Museo del Louvre

Prima del Perseo e del Narciso, la prima grande scultura eseguita dal Cellini é questa Diana cacciatrice per il castello di caccia di Francesco I, in Francia, nel 1543-44. Col suo elegante allungamento delle proporzioni in gusto neo-gotico, quest’opera fu esemplare per la Scuola di Fontainebleau.

*7. Rosso Fiorentino, Ninfa delle acque, 1522-40, affresco
Castello di Fontainebleau, Galleria di Francesco I



Bibliografia

Oltre alle opere citate nel testo, si vedano:
AA.VV. Il Rinascimento a Venezia e la pittura del Nord ai tempi di Bellini, Dürer, Tiziano (cat. della mostra a Venezia, Palazzo Grassi), Milano, Bompiani, 1999, in part. le schede n°114,138-142)
C.Cagli - F.Valcanover, L’opera completa di Tiziano, Milano, Rizzoli (“Classici dell’Arte”, N°32), 1969
http://www.polomuseale.firenze.it/catalogo/scheda.asp?position=1&nctn=00131831&rvel=null
http://www.wga.hu/index1.html
E. M. Dal Pozzolo, A. Paolucci, L. Puppi, Giorgione (cat. della mostra a Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione), Milano Skira, 2009-10, in particolare le schede 70, 72


b)  Bosch nelle collezioni veneziane del primo ‘500
 
 
 
Le quattro opere di Bosch attualmente presenti a Venezia, Palazzo Ducale (Ttittico degli Eremiti e Trittico di una martire Crocifissa, firmati, piu’ quattro pannelli frammentari con scene del Paradiso e dell’Inferno), si trovavano a Venezia gia’ agli inizi del Cinquecento; nel 1521, Marcantonio Michiel vide nella collezione del Cardinal Domenico Grimani, insieme a numerosi altri dipinti di maestri “ponentini” (ovverossia nordici), diverse opere di Bosch.  La sua descrizione e’ peraltro vaga e imprecisa (“la tela dell’inferno…la tela delli sogni”), e solo la storia esterna dei dipinti della Collezione Grimani, che finirono dopo varie vicissitudini ereditarie in Palazzo Ducale, permette di collegare le opere di Bosch che ivi si trovano attualmente (che peraltro sono tavole, e non tele), al riferimento del Michiel.
Le opere veneziane di Bosch sono state recentemente (2011) esposte Palazzo Grimani, che fu probabilmente la loro collocazione originaria; erano infatti nella collezione di Domenico Grimani quando le vide Marcantonio Michiel nel 1521, negli anni in cui perlustrava palazzi e collezioni scoprendo quadri sulla collocazione dei quali ci dà preziose indicazioni. Scrivendo nel 1525, Michiel è quasi un testimone diretto, e i quadri più notevoli che vede sono proprio quelli, divenuti già già preziosi e rari al suo tempo, di Giorgione e Bosch.
Si tratta di veri e propri incunabili dell’arte moderna, e per di più concepiti negli stessi anni, tra il 1500 e il 1510, in quel decennio in cui si compie una vera e propria rivoluzione pittorica attraverso la visione dei due grandi artisti.

La presenza di mostriciattoli fantastici nella stampa del Raimondi e in altre opere veneziane e ferraresi del primo Cinquecento viene spesso, superficialmente,  messa in relazione con questi dipinti di Bosch.
A un esame piu’ attento, si nota tuttavia che la tipologia delle creature fantastiche di Raimondi, Campagnola e Dossi nelle opere viste fin qui ha diretti precedenti non in Bosch,  ma nelle ben piu’ note e diffuse stampe tedesche di Cranach e Schongauer sul tema delle Tentazioni di Sant’Antonio. Di sicura derivazione boschiana e’ invece il tema dell’incendio notturno,  che a partire dal primo decennio del ‘500 conosce una straordinaria fortuna nella pittura veneta, lombarda e ferrarese.
Questi “paesi da fogo” italiani si diffondono in rapporto a temi come gli Inferni e le Tentazioni di Sant’Antonio (come nel bresciano Savoldo, che produce alcuni dipinti  “boschiani“ di intensa suggestione),  o vengono ricondotti a temi classici o biblici piu’ vicini al gusto italiano, come ad esempio l’incendio di Troia,  la distruzione di Sodoma,  Lot e le figlie.

http://www.ilgiornale.it/cultura/mostra_venezia/30-12-2010/articolo-id=496721-page=0-comments=1


 
 
*8., 9.  Jheronimus Bosch, Visioni dell’Aldila’ ol./tav. cm 84,5 x 108
Venezia, Palazzo Ducale
 
10. Lucas Cranach il Vecchio, Tentazioni di Sant’Antonio, xilografia, secondo stato, f..e d. 1506 in basso a sinistra.
 
11.  Jheronimus Bosch, Tentazioni di Sant’Antonio, tavola
Lisbona, Museu de Arte Antigua

Gian Girolamo Savoldo, Le tentazioni di Sant’Antonio, ol./tav. cm58 x 86. Mosca, Museo Pushkin.

http://it.wikipedia.org/wiki/Tentazione_di_san_Girolamo

http://it.wikipedia.org/wiki/Tormento_di_sant%27Antonio_(Savoldo)


 
 
 
 
    
Bibliografia
 
AA.VV., Il Rinascimento a Venezia e la pittura del Nord ai tempi di Bellini, Dürer, Tiziano, a cura di B. Ajkema e B.L. Brown (Cat. della mostra a Venezia, Palazzo Grassi, 1999), Milano, Bompiani.
Ernst H. Gombrich, La teoria dell’arte nel Rinascimento e l’origine del paesaggio, in Norma e forma/Studi sull’arte del Rinascimento,  1966, trad. it. Torino, Einaudi.
AA.VV., Le delizie dell’Inferno/Dipinti di Jheronimus Bosch e altri dipinti restaurati (Cat. della mostra a Venezia, Palazzo Ducale, 1992), Venezia, Il Cardo.
V. Sgarbi (a cura di), Bosch a Palazzo Grimani (cat. della mostra, Venezia, Palazzo grimani a Santa Maria Formosa) Milano, Skira, 2011.

 
Per gli autori gia’ trattati, vedere le dispense precedenti.
 
 
c) Dürer, Gesù tra i Dottori
 
 Nella storia dell’arte italiana, il formato a mezza figura per soggetti a  carattere sacro viene usato per la prima volta dal Mantegna, e grazie a lui si diffonde nella sua cerchia veneziana, Giovanni Bellini (Presentazione di Gesù al tempio, Venezia, Fondazione Querini Stampalia), Cima da Conegliano ecc. Ma iconografie simili si osservano in opere di Leonardo, Bosch e Giorgione.
 

Tra il 1505 e il 1507  Dürer tornò in Italia. A Venezia conobbe Giovanni Bellini e ottenne l'importante commissione di dipingere la Festa del Rosario (1506, Praga, Galleria Nazionale), per il Fondaco dei Tedeschi.
Allo stesso periodo risale anche il misterioso Opus Quinque Dierum:
 
*12. Albrecht Dürer, Gesù tra i dottori, 1506. Olio su tavola 64, 3 x 80, 3 (Monogrammato e datato nel foglietto inserito nel libro)
Madrid, MuseoThyssen-Bornemisza, inv.1934.38
 
Opera eseguita “alla prima”, con tecnica quindi ben diversa dall’altra opera veneziana certa, la Pala del Rosario per la chiesa di San Bartolomeo, oggi a Praga, che fu invece eseguita minuziosamente con tecnica tradizionale.
 
 
Si  rimanda per la bibliografia , nel già ricordato   Il Rinascimento  a Venezia  e la pittura  del  Nord  ai  tempi di Bellini , Dürer, Tiziano (cat. della mostra a Venezia, Palazzo Grassi, 1999, vedere bibliografia) , al saggio di Fritz Koreny dal titolo Dürer e Venezia  e le schede  relative.
 
*13. Andrea Mantegna,   Adorazione dei Magi, tempera a colla su lino 54,7 x 70,7 cm
Los Angeles, Paul Getty Museum
 


 
 
Bibliografia                                                                        

Grandi teste.
Oltre al saggio citato di Fritz Koreny, si vedano:
E. H. GOMBRICH, Le teste grottesche, in L’eredità di Apelle (1976), trad. it. Torino, Einaudi, 1986, pagg.80-106
F. CAROLI, Leonardo/Studi di fisiognomica, Milano, Edizioni Leonardo, 1990
G. VALLESE, Leonardo’s “Malinchonia”, in “Achademia Leonardi Vinci” vol. V, 1992, pagg. 44-51

Seminario Triennio 26/3/2012








a) Presente e futuro

Commentando un saggio ormai storico, Henry Jenkins, Games: The New Living Art (in Creative Industries, Blackwell, 2005), avevamo osservato che complessivamente il fenomeno del videogioco (azione-avventura da console) è in sostanza, a grandi linee, un’evoluzione storica rispetto al film, cui toglie la passività: si tratta infatti di un intrattenimento interattivo, in cui il giocatore controlla alcuni tratti fisici e psicologici dei personaggi e, in parte, lo sviluppo della storia.
Nel caso dei titoli on-line, il giocatore interagisce inoltre con una comunità web le cui caratteristiche vengono in sostanza determinate dal tipo di storia e di scenario predisposto dal gioco stesso, ma che è libera e imprevedibile, spesso composta di milioni di utenti che si connettono da tutto il mondo.

Il mondo del videogioco si trova in questo momento storico, in sostanza, nella condizione storica del film nel primo Novecento, al tempo delle scenette comiche: un mezzo ancora dominato da storie spesso immature, ma tecnicamente pronto per il salto di qualità, per l’entrata in campo di maestri della regia e della narrazione.


Journey


http://thatgamecompany.com/games/journey/

Journey, il nuovo titolo edito da una compagnia indipendente e salutato da un notevole successo, sembra voler inaugurare un diverso stile: una grafica elegante e volutamente rarefatta, una voluta assenza di contenuti violenti e anche di una vera e propria storia.


b) The Final Problem: Mass Effect 3

Un titolo commerciale di azione- avventura di un genere più consueto, Mass Effect, di cui è da poco apparso un nuovo capitolo, ha suscitato un incredibile sommovimento di pubblico (Mass Effect 3, Bioware, pubbl. 6 marzo 2012).

Il finale della nuova storia ha lasciato insoddisfatti numerosi utenti, creando un dibattito su che cosa sia il finale di un’opera coinvolgente come il videogioco, e se gli utenti abbiano o meno il diritto a intervenire.

I fan insoddisfatti, raccolti nel gruppo Retake Mass Effect, hanno ottenuto dalla casa produttrice Bioware indicazioni circa un possibile seguito che cambia la direzione che la stroria sembra assumere nel finale del capitolo 3.

http://www.giantbomb.com/news/bioware-agrees-to-do-something-about-that-mass-effect-3-ending-that-a-bunch-of-people-are-angry-about/4043/://www.giantbomb.com/news/bioware-agrees-to-do-something-about-that-mass-effect-3-ending-that-a-bunch-of-people-are-angry-about/4043/


La questione è analizzata nel notevole articolo di Patrick Klepeck:

http://www.giantbomb.com/news/when-its-over-its-over/4046/

“Endings often just can’t win”, said Entertainment Weekly senior writer, game player and once regular Lost columnist Jeff Jensen to me recently. “Most Screenwriters will tell you the hardest part of any movie, any story to tell, is just the end. It’s the thing that changes the most, it’s the endings that are the most fought over among collaborators. They’re the things that are just the hardest to land. “ (Patrick Klepeck)



C’è un precedente curioso, un parallelo storico con interessanti analogie:

Nel 1891, Sir Arthur Conan Doyle scrisse un racconto in cui faceva morire Sherlock Holmes, un personaggio che lo distraeva da compiti lettarari che riteneva più importanti, e del quale desiderava liberarsi; ma l’opinione pubblica insorse, trovando ingiusto che il personaggio trovasse la morte, sia pure onorevolmente, combattendo contro un grande criminale, a causa di tutto quello che rappresentava, ovvero il trionfo contro il crimine attraverso i mezzi della scienza. Conan Doyle si sentì costretto, per ragioni morali, a riprendere in mano il personaggio, che riapparve in una serie di capolavori, a partire da The Hound of the Baskervilles, del 1901.

http://en.wikipedia.org/wiki/The_Final_Problem

Da: http://en.wikipedia.org/wiki/Arthur_Conan_Doyle

"Death" of Sherlock Holmes
In 1890 Conan Doyle studied ophthalmology in Vienna, and moved to London, first living in Montague Place and then in South Norwood. He set up a practice as an ophthalmologist. He wrote in his autobiography that not a single patient crossed his door. This gave him more time for writing, and in November 1891 he wrote to his mother: "I think of slaying Holmes... and winding him up for good and all. He takes my mind from better things." His mother responded, "You won't! You can't! You mustn't!"[20]
In December 1893, in order to dedicate more of his time to more "important" works—his historical novels, Conan Doyle had Holmes and Professor Moriarty apparently plunge to their deaths together down the Reichenbach Falls in the story "The Final Problem". Public outcry, however, led him to bring the character back in 1901, in The Hound of the Baskervilles, though this was set at a time before the Reichenbach incident. In 1903, Conan Doyle published his first Holmes short story in ten years, "The Adventure of the Empty House", in which it was explained that only Moriarty had fallen; but since Holmes had other dangerous enemies—especially Colonel Sebastian Moran—he had arranged to also be perceived as dead. Holmes ultimately was featured in a total of 56 short stories and four Conan Doyle novels, and has since appeared in many novels and stories by other authors.



c)


Sulla possibile influenza delle case produttrici sul gaming journalism:

http://www.forbes.com/sites/insertcoin/2012/03/22/gaming-journalisms-problem-isnt-being-beholden-to-companies/

http://en.wikipedia.org/wiki/Jeff_Gerstmann


d) Assassin Creed (Ubisoft, 2007).



Materiali:


http://en.wikipedia.org/wiki/Assassin's_Creed


Soggetto:

http://en.wikipedia.org/wiki/Corey_May


Musica:


http://en.wikipedia.org/wiki/Jesper_Kyd

http://higherplainmusic.com/2010/11/19/jesper-kyd-assassins-creed-brotherhood-ost-review/


Direzione artistica/Concept art

http://www.raphael-lacoste.com/
http://features.cgsociety.org/story_custom.php?story_id=4292



Platforming:

http://en.wikipedia.org/wiki/Platform_game

http://www.youtube.com/watch?v=hic88teDquo&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=55vsSgDVc-s&feature=related

http://it.wikipedia.org/wiki/Parkour